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Antonio Di Vilio

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I migliori dischi al femminile del 2018: prima metà

Il 2018 sta decisamente mantenendo le aspettative musicali, cosa buona e giusta.  Siamo a giugno, quasi metà anno è passato e molto più degli scorsi anni le mie playlist si stanno riempendo di album al femminile e no, non è un caso. Finora sembra proprio che, tra i migliori lavori di quest’anno e  tra quelli che attualmente vediamo in tour, ci siano molte interessanti voci femminili e progetti al femminile.

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America ti ho dato tutto e ora non sono nulla: gli 89 anni di Allen Ginsberg.

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Era il 1926 e Allen Ginsberg diede un Urlo dal grembo della madre. Le cose stavano cambiando in America e il poeta arrivò per raccontare la coscienza del suo popolo attraverso quella che egli definì “una nuova visione” riprendendo il collega Rimbaud. Allen era ossessionato dalla società contemporanea e soprattutto dal New York Times, che leggeva ogni settimana (come racconta nella sua poesia America) e a cui, da adolescente, iniziò a scrivere lettere su tematiche civili e politiche. È sicuramente quest’ interesse che ha fatto di Ginsberg un grande letterato. Aveva capito tutto. Aveva compreso l’ansia e le forzature di un’ America che voleva primeggiare in tutto. Si era fatto interprete di un sentimento di angoscia che era condiviso tra i suoi connazionali. Il vero genio di tre generazioni. Perché dopo aver letto Whitman e Blake, con la sua grossa zucca scendeva in strada e scriveva esattamente ciò che vedeva.

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz.

Da “Urlo  & Kaddish” (Il Saggiatore 1997)

La prima volta che lessi Ginsberg, come un po’ tutti credo, rimasi accecato dal suo stile, dalla sua scrittura. “Il  ritmo dei suoi versi va perfettamente a tempo coi pensieri”, pensai leggendo Kaddish e Reality Sandwiches. È ovvio che per supportare idee così vive, spudorate e spontanee c’è bisogno di versi metricamente spericolati, geniali e sregolati. Quello che noi oggi intendiamo per Beat Generation, un movimento nato quasi inconsapevolmente e corroborato attraverso le amicizie con Kerouac, Burroughs e Corso, è un processo che ha allargato le coscienze individuali cercando di arrivare a sviluppare una consapevolezza di sé attraverso la felicità, l’amore e la solidarietà. Tre temi che il poeta tratta in modo ritenuto assolutamente scandaloso dalla critica, per le varie oscenità descritte in “Howl” (Urlo), un poema del 1956, pubblicato dal maestro Ferlinghetti, in cui Ginsberg racconta delle vicende e degli incontri con amici e contemporanei, il tutto sotto un linguaggio e uno stile che rappresenta esaurientemente la Rivoluzione ginsbergiana: il tumbling hallucinatory (acrobazia allucinatoria). 

Sotto questo punto di vista, quel verso libero e lungo a cui Allen faceva affidamento, fungeva non solo da padella antiaderente, perché pensieri così veloci rischiano di rimanere attaccati alla ghisa, ma evitava così che le sue pietanze dal sapore piccante e delicate allo stesso tempo potessero prendere fuoco. Ginsberg non è stato l’unico ad inneggiare a valori come l’amore, né l’unico a sognare un mondo senza guerre, senza schiavitù, senza differenze sessuali, ma probabilmente è stato colui che più di tutti, attraverso la sua poesia, intima e confessionale, ha aperto le coscienze dei giovani che a quei sogni si sono aggrappati, sentendosi meno soli, meno utopici, udendolo gridare nelle piazze, nelle gallerie di New York, nel teatro San Carlo di Napoli. Perché poi la poesia quando racconta invade, annienta ogni barriera mentale e nazionale. Unisce le coscienze e si proclama immortale. Ginsberg ha cantato per tutti noi e ancora parla il giorno in cui avrebbe compiuto 89 anni. Anzi no, Allen non parla, grida, perché i suoi messaggi possano essere recepiti con chiarezza. Ed è assolutamente chiaro che in ognuno di noi, oggi più che mai, dovrebbe esplodere un Urlo.

Continuo a scrivere poesia perché è una forma di meditazione. Scopro il mio pensiero latente e lo muovo verso l’esterno. E’ anche una certa forma di solitudine, e io voglio comunicarla, che gli altri possano toccarla, toccarmi, e che io possa toccare la gente. 

Allen Ginsberg

Articolo a cura di Antonio Di Vilio

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Questo non è un film da: oh quanto mi sento bene!

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Ritorna il consueto appuntamento settimanale del club 33 giri con il cineforum “LeadFollow”. La quarta e ultima proiezione del mese interamente dedicato a Woody Allen vedrà protagonista il film “Basta che funzioni” del 2009. Questa pellicola segna il ritorno (vincente) del regista newyorkese nella sua città natale dopo le trasferte europee di Match Point, Scoop e Sogni e Delitti, a Londra e Vicky Cristina Barcelona, a Barcellona. La sceneggiatura è stata scritta nel lontano 1970 per un pioniere dello stand-up, il comico ebreo newyorkese Zero Mostel, scomparso nel 1977. Il ruolo del protagonista, intellettuale ansioso che si innamora della ragazzina ingenua e sciocca, è affidato a Larry David, star della sitcom Curb your enthusiasm. David incarna una dei tanti alter ego di Allen, questa volta irascibile, sarcastico, misantropo e paranoico. La storia è quella di Boris, uno scienziato sessantenne, che deluso dalla vita tenta il suicido, ma fallisce. Decide così di abbandonare gli agi della vita borghese e si trasferisce nel quartiere di Chinatown, in un vecchio e trasandato appartamento, passando le giornate ad insegnare scacchi ai bambini (spesso insultandoli) e fare lunghe chiacchierate polemiche ed esistenziali con vecchi amici. Incontrerà per caso una giovanissima ragazza venuta dal Sud (Melodie St. Anne Celestine), scappata di casa e decisa a trovare lavoro a New York. L’intreccio rimane fedele ai grandi temi alleniani: assurdità dell’esistenza umana, tentazione costante del suicidio, promesse di felicità nelle fattezze di una giovane donna. Una commedia sarcastica e pungente, dissacrante e irriverente, una comicità puramente alleniana che questa volta parla direttamente allo spettatore, ricordandogli tutta la sua miserabilità.

Vi aspettiamo domani alle ore 21:00 in associazione.

Articolo a cura di Antonio Di Vilio e Luigi Fiorillo

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Capitolo primo. Adorava New York

Manhattan

Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 giri con il cineforum “LeadFollow”. La terza proiezione del mese di Aprile (interamente dedicato a Woody Allen) vedrà protagonista il film “Manhattan” del 1979. L’opera è una delle colonne portanti della filmografia del regista newyorkese, qui al suo nono film da regista e alle prese con una vera e propria ode alla sua città natale. Già dal titolo infatti possiamo intuire quanto sia marcata la presenza della città nelle dinamiche affettive e sentimentale dei personaggi, ne è un esempio lampante la scena forse più potente dell’intero film, quella in cui Woody Allen e Diane Keaton sono seduti su una panchina dell’East River contemplando il sorgere del sole, con una New York posata, quasi dormiente che fornisce la cornice perfetta per l’atto dell’innamoramento, mai stato reso con più forza e semplicità prima d’allora. Un’immagine che diventa un’icona che ci si incolla addosso perché in fondo è così che tutti noi vorremmo innamorarci. Manhattan è, tanto per cambiare, una storia d’amore, che gira intorno al protagonista Isaac Davis (Woody Allen), diviso tra l’ambiente intellettuale e snob incarnato dal personaggio di Mary (Diane Keaton), l’ex-moglie vendicativa, che ha deciso di scrivere un libro nel quale rende pubblici dettagli della loro vita coniugale, interpretata da Meryl Streep, e l’amore romantico per l’adolescente Tracy (Mariel Hemingway). Il film è un condensato dell’universo alleniano, pieno zeppo di tradimenti, nevrosi e battute sagaci, tecnicamente impeccabile, a partire dai movimenti di macchina per finire alla diafana fotografia di Gordon Willis, che dipinge la luce perfetta per un bianco e nero da mozzafiato. Ad accompagnare infine i personaggi nei loro continui tentativi di divincolarsi dalle responsabilità e dalla frenesia scalpitante della città, ci sono le musiche di George Gershwin, che fin dal primo minuto aiutano Allen ad allestire una delle atmosfere più intime della storia del cinema.

Vi aspettiamo stasera alle ore 22.00 in associazione.

Articolo a cura di Luigi Fiorillo e Antonio Di Vilio

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E poi a me le uova chi me le fa?

La locandina del film
La locandina del film

Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 giri con il cineforum “Leadfollow”. La seconda proiezione del mese di Aprile, interamente dedicato a Woody Allen, vedrà protagonista il film “Io e Annie” del 1977. L’opera viene considerata da molti critici come una delle migliori del regista di Manhattan, qui all’apice  del suo sodalizio con l’attrice Diane Keaton. La pellicola è fondamentalmente il ritratto (per certi versi autobiografico) di una coppia che si incontra, si ama e poi smette di amarsi semplicemente perché “l’amore svanisce”. Una commedia sentimentale che si discosta dai primi film di Allen, la cui impronta comica e intensità delle gag faceva in modo che lo spettatore non si calasse più di tanto nella storia e nei personaggi e che ora si invola verso ambizioni ben più profonde. Troviamo di conseguenza un Allen meno propenso a dispensare battute a catena e più concentrato a tessere una sempre più fitta trama di nevrosi, paure ed ossessioni, dipingendo due personaggi ed una storia che hanno fatto la storia del cinema. Grazie alle sue innovazioni stilistiche, alla libertà dei toni e alla flessibilità della struttura infatti, questa pellicola è diventata la capostipite della nuova commedia romantica americana. Inizialmente intitolato Anedonia (“impossibilità di provare piacere” in greco), Allen, non senza pressioni da parte dei produttori, decide di cambiare il titolo in Annie Hall, dal diminutivo e dal vero cognome di Diane Keaton. Possiamo quasi considerare allora l’intero film come un vero e proprio omaggio all’attrice californiana, splendida musa di quegli anni del regista newyorkese . Ah…il film ha vinto anche quattro oscar se può interessarvi.

Vi aspettiamo domani alle ore 21:00 in associazione.

Articolo a cura di Luigi Fiorillo e Antonio Di Vilio

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Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen ma non avete mai osato chiedere

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C’è una sottile linea che divide il comico dal tragico, la farsa dal dramma, e ci sono pochissimi artisti in grado di muoversi con disinvoltura da una parte all’altra senza sembrare contraddittori o incoerenti; tra questi spicca senza dubbio il celebre e cerebrale regista\attore\sceneggiatore\drammaturgo\scrittore\cabarettista e clarinettista per hobby Woody Allen. Il mese di Aprile del cineforum “LeadFollow” del Club 33 giri infatti, sarà incentrato su uno dei più grandi cineasti della, Allen per l’appunto. Prolifico come pochi (la media è di un film all’anno) il regista newyorkese riesce con le proprie opere a spaziare ben oltre i limiti dello stereotipo culturale dell’intellettuale nevrotico, claustrofobico e ipocondriaco che sembra ormai essere diventato, Allen non è un luogo comune, è un genio del comico, un virtuoso della commedia, un ispirato autore drammatico, un innovatore di forme e un audace creatore, che con la sua elegante capacità di avvolgere nella leggerezza la propria innegabile profondità, riesce con dimestichezza a nascondersi e nella stessa misura a esporsi al pubblico più di quanto non abbia fatto nessuno prima. Un approccio clownesco ai problemi della vita che non sempre è riuscito a salvare i suoi personaggi dai dilemmi morali che li affliggono e che affliggono il regista stesso: l’idea fissa della morte, l’ossessione di Dio o dell’assenza di Dio, il problema del perché siamo al mondo e poi il sesso, la filosofia e la psicoanalisi, questi sono gli elementi portanti di ogni suo film, che sia comico o drammatico, che sia una commedia o un falso documentario, ed è questo che rende Allen uno dei più grandi geni del novecento; la sua innata propensione alla riflessione intorno alla condizione umana tralasciando i luoghi comuni e il buonismo, riuscendo a grattare sulla superficie dell’odierna società, trovando validi motivi per convincerci della nostra vera natura, una natura codarda, vigliacca e opportunista, ma nonostante ciò continuiamo ad andare avanti, e nessuno riesce a spiegarsi il perché. Allen ha rubato per sua stessa ammissione da grandi registi come Bergman, Fellini e Bunuel, ma ha anche, a sua volta, influenzato generazioni di artisti grazie alle sue invenzioni stilistiche e trovate audaci. Il ciclo dedicatogli comincerà con la proiezione di Amore e guerra, geniale parodia degli archetipi della letteratura russa dell’ottocento e continuerà con Io e Annie, a detta di molti il suo capolavoro e Manhattan in cui il regista newyorkese raggiunge le vette assolute della sua perfezione stilistica, per poi finire con Basta che funzioni, una delle migliori prove degli ultimi 15 anni, un film cinico, sarcastico e umoristico con un Larry David perfetto. Vi aspettiamo.

Il film di stasera: Amore e guerra (1975)

Il film di stasera: Amore e guerra (1975)
Il film di stasera: Amore e guerra (1975)

Amore e guerra è il sesto film da regista di Woody Allen e forse quello che sancisce la fine del primo periodo Alleniano, quello puramente comico. L’opera è ambientata in Russia all’epoca delle guerre Napoleoniche proprio come Guerra e pace di Tolstoj, il film infatti tradisce l’intima conoscenza del regista della grande letteratura Russa, ma non solo, perché le geniali gag che vedono protagonista il codardo Boris (interpretato da Allen), ricordano in modo del tutto parodistico ovviamente, scene dei film di Bergman o Ejzenstein. Un film spassosamente introspettivo potremmo definirlo, una commedia non priva di una certa caustica satira che vede, al fianco di Allen, una Diane Keaton in stato di grazia, una perfetta spalla per i dialoghi filosofici e le riflessioni esistenziali scritti da Allen e interamente ispirati da Spinoza e San Tommaso.

 

Articolo a cura di Luigi Fiorillo ed Antonio Di Vilio

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Molto furbo il signor Fox

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Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 giri con il cineforum “LeadFollow”. La quinta e ultima tappa del mese di Marzo vedrà protagonista il film “Fantastic Mr. Fox” del regista statunitense Wes Anderson. L’opera è tratta dal romanzo omonimo di Roal Dahl (La fabbrica di cioccolato) del 1970 e rappresenta una delle vette più alte dell’animazione statunitense indipendente degli ultimi anni. Anderson riesce ancora una volta a forgiare una storia, nata come racconto per bambini, con tutti quegli elementi che contraddistinguono il suo cinema: abiti dai colori sgargianti, nevrosi e quell’indistinguibile capacità di rendere adulto ed interessante tutto quello che all’apparenza sembra innocente, infantile, quasi banale. Una tappa nella filmografia del regista texano molto più coerente ed omogenea al proprio stile di quanto non si possa credere, un film per vecchi, giovani e bambini, che riesce istintivamente a far ridere, riflettere o anche solo intrattenere ogni componente delle suddette categorie; si perché uno dei pregi della storia che vede protagonista il furbo signor Fox è il ritmo con la quale viene raccontata, un ritmo che non dà tregua per ottantasette minuti, infarcito di citazioni a catena e trovate eccentriche. Non solo una storia di volpi per bambini, o di bambini per volpi o di adulti per bambini o bambini per adulti, quindi, Fantastic Mr. Fox è soprattutto una gustosa prelibatezza per l’animo disincantato del cinefilo che è nascosto dentro ognuno di noi.

Vi aspettiamo domani alle ore 21.00 in associazione!

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Gonfiamo i palloncini

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Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 giri con il cineforum “LeadFollow”. La seconda proiezione del mese di marzo vedrà protagonista il capolavoro della Disney-Pixar, “Up” di Pete Docter e Bob Peterson. La pellicola, vincitrice del premio Oscar per il miglior film d’animazione nel 2010, racconta in chiave romantica ed avventurosa, di quanto coraggioso sia coltivare un sogno, rincorrerlo testardamente, anche se la nostra indole non è complementare con tale atteggiamento. Questo coraggio però, spesso può lasciare il posto ad un sentimento di completa disillusione, di misantropia, di totale indulgenza (verso noi stessi mai verso gli altri) quando qualcosa, in questo caso la morte, ci porta via la linfa vitale che alimentava quella forza interiore in grado di tenere vivo il sogno malgrado il dirompere continuo della realtà nella nostra vita. Quella linfa vitale è quasi sempre una persona e quando quest’ultima c’abbandona, di lei ci rimane soltanto una promessa, troppo fragile a confronto. Passano gli anni e col tempo la nostra memoria ci tira dei brutti scherzi facendoci credere che il dolore, l’età, il senso di inadeguatezza siano dei buoni motivi per cui dimenticare quella promessa, facendoci dedicare all’ordinario, alle cose inutili. A volte però quei sogni che credevi abbandonati decidono di levarsi di dosso tutta quella polvere accumulata con gli anni, e di chiederti, anzi importi, di riportarli a fulcro centrale della tua esistenza. Può succedere che si presentino sotto forma di un bambino grassottello di nome Russell. Può succedere che ti devi dare una mossa, tu Carl, vecchio e orgoglioso pensionato radicato in casa e deciso a non abbandonare per nulla al mondo, nemmeno per tutta quella montagna di soldi che l’imprenditore multimilionario ha deciso di offrirti, perché lì non vuoi altro cemento a rifocillare la speculazione edilizia nella tua città. Può succedere che ti ricordi di quella promessa che hai fatto all’amore della tua vita, andare a vivere sulle cascate Paradiso, in Sud America. Non ha alcuna importanza se ad ostacolarti ci siano cani parlanti, fantomatici animali in via di estinzione o dimenticati esploratori dall’oscuro passato, tu devi tener fede a quella promessa e se per farlo occorre far volare casa tua, beh allora è meglio se cominci a gonfiare più palloncini possibili.

Vi aspettiamo domani alle ore 21.00 in associazione.

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Dogville: lo spazio della finzione

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Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 giri con il cineforum “LeadFollow”. La terza e ultima proiezione del mese di febbraio vedrà protagonista il film Dogville del regista danese Lars Von Trier. Il film è la storia della figlia di un gangster che scappa da un imprecisato nemico e trova rifugio in un villaggio delle Montagne Rocciose e lì vivrà prima il sogno, quello americano, e poi l’incubo, quello della realtà, quello dell’ipocrisia. Lo spazio della finzione è un enorme set teatrale, neanche porte e finestre sono reali:  una voce fuori campo, con un crescendo di mistero e nonsense, contribuisce a far crescere l’attesa per l’apocalisse finale, che manderà in frantumi tutte quelle sovrastrutture sociali che nonostante l’eliminazioni delle location, vengono a crearsi nel susseguirsi degli episodi che vedono protagonista Grace Margaret Mulligan interpretata dall’algida  Nicole Kidman, perfettamente nel “mood”. Si chiude con questa perla del regista più controverso degli ultimi venti anni, il mese dedicato al cinema sperimentale contemporaneo.

Vi aspettiamo domani sera alle ore 21:00 in associazione.

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Sukorov e la sua grande impresa

La locandina del film
La locandina del film

Ritorna il consueto appuntamento settimanale del Club 33 Giri dedicato al cinema, con il cineforum “LeadFollow”. Protagonista della seconda proiezione del mese di febbraio sarà il capolavoro del regista russo Alexander Sukorov: “Arca Russa”. Il film è un viaggio fantastico attraverso tre secoli , dal settecento al novecento, che evoca episodi significativi della storia russa,come il ricevimento dell’ambasciatore di Persia alla corte dello zar o l’assedio di Stalingrado e i morti che ne sono conseguiti. La macchina da presa si aggira per le sale del museo Hermitage di San Pietroburgo, ad accompagnarla un diplomatico, benevolo spettro del congresso di Vienna. L’unica inquadratura naviga sinuosa per stanze e corridoi muovendosi attraverso le epoche e incontrando personaggi come Pietro il Grande, gli zar Nicola I e Nicola II e l’imperatrice Caterina II, fino ad arrivare ai visitatori dell’Hermitage dei giorni nostri. L’opera magistralmente diretta da Sukorov, ha la particolarità d’essere un unico piano-sequenza, una rara prova di sperimentazione che è costata alla troupe anni di prove e più di un tentativo fallito. Una meraviglia che rimarrà nella storia del cinema come un’impresa straordinaria.

Vi aspettiamo domani alle ore 21.00 in associazione.

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